martedì

La radiosveglia

Si dice spesso che ogni persona è unica e irripetibile, che ogni essere umano è come un piccolo mondo a parte, che puoi frequentare qualcuno per anni senza mai arrivare a conoscerlo fino in fondo tanto è ricca, complessa e imprevedibile la personalità umana.
Certo.

Queste cose si può pensarle a sei anni, quando non si è ancora entrati in contatto con un campione sufficientemente rappresentativo di persone.
Ma dopo che ci si è visti passare davanti agli occhi migliaia e migliaia di volte gli stessi unici e irripetibili personaggi, è facile rendersi conto che le persone al mondo non sono miliardi, ma cinque o sei al massimo, ciascuna ripetuta miliardi volte.

Sostanzialmente le persone, in tutto il mondo, sono due, A e B: quelle che buttano una cosa non appena si rompe o si scheggia un angolino e quelle che, prima di cestinare definitivamente un oggetto - o una storia - aspettano che non funzioni più nulla, che sia davvero inutilizzabile, se non dannosa.
La madre di Giacomo rientrava chiaramente nel tipo A. Anche Chiara.
Lui no. B.
Lui ha ancora la sua radiosveglia vinta in quarta elementare alla pesca della parrocchia.
Il display è rotto, la radio non funziona e non va nemmeno la sveglia. Ma la retroilluminazione sì, quindi in certi orari particolari, se schiacci il pulsante che illumina il display riesci ad indovinare con una buona approssimazione l'ora.
Per Giacomo funziona, quindi la sveglia resta, come se fosse nuova.
Chiara non è d'accordo. La madre ha smesso di provarci.

La tipologia di persona A non dovrebbe mai incontrare nella propria vita la persona B.
Quella cosa che sono le differenze a rendere interessante un rapporto è una cazzata e anche a questa puoi credere solo se hai sei anni (e sa già ti interessi dell'amore a quell'età, il che sarebbe da evitare): se non sei d'accordo con l'altra anche nel verso in cui vanno tagliate le zucchine per fare la caponata, non ci dovresti nemmeno perder tempo in una storia così.
Ovviamente questo è un ragionamento da persona A, quella che al primo microlitigio fa saltare in aria tutto.
Per la persona B non è un gran problema: finché entrambi non sono poltiglia, la storia è ok.
Anche se uno dorme con la finestra aperta e la luce accesa e l'altro per addormentarsi ha bisogno delle tenebre che trovi solo nel cuore della Foresta Nera.

Giacomo è un tipo B, neanche molto sveglio, ma si rese conto subito che Chiara era andata via.
Aveva lasciato tutti i vestiti, le borse, i trucchi e i libro, ma sapeva che non l'avrebbe più rivista.
Per il tipo A, ricomprare tutto è molto meglio che impacchettare le proprie cose e lasciare i biglietti d'addio. Il biglietto è una traccia, è un implicito "seguimi". Un modo per tenere aperta una storia che non avrebbe nemmeno dovuto nascere.
Da tipo B Giacomo continuò a fare tutto come se fosse solo una pausa momentanea: Chiara ha sempre adorato sottolineare la sua assenza, il suo non esserci gli doveva urlare quanto lei valesse. Una volta è sparita per tre giorni e tutt'ora lui non sa dov'è andata.
Per un tipo B tutto sommato non è complicato fingere che sia tutto ok: è una seconda natura. Si tratta solo di un bozzo in più: finché entrambi non sono morti si può recuperare tutto.
La mattina le preparava la colazione, come se lei dovesse svegliarsi qualche ora dopo.
A mezzogiorno la chiamava. Lei non rispondeva, ma lui fingeva che lei fosse impegnata in riunione o a pranzo con le colleghe.
Alla sera cucinava per due: nella sua mente lei era ad un aperitivo con le amiche.
Tutto il cibo in più andava al gatto randagio che da qualche giorno gironzolava lì intorno.
La mattina dopo ricominciava.
Andò avanti per dodici giorni, prima che trovasse la prima perla.

Si era fatto un the freddo, meccanicamente. The solubile, acqua, mescolare, cubetti di ghiaccio, pronto.
Con un occhio al computer appoggiato sul tavolo della cucina e l'altro sul timer per le uova, sorseggiava distrattamente dal bicchiere leggendo corriere.it quando qualcosa di perfettamente sferico e liscio gli finì in gola e quasi lo strozzò.
Sputò violentemente sul tavolo una delle perle bianche finte, di plastica dura, della collana presa da Chiara al mercatino un paio d'anni prima.
Non c'era alcuna spiegazione al mondo per cui quella robina potesse trovarsi lì, prima nella sua bocca e poi sul tavolo, neanche a pensarci un milione di anni, quindi Giacomo scelse di non pensarci proprio.

La seconda la trovò dentro il suo paio di scarpe da corsa.
La terza sotto uno dei cuscini del divano: tipico di Chiara, faceva molto principessa sul pisello.
Seguirono dentro la busta delle arachidi (quasi si strozzò di nuovo), dentro il phon, nella tasca della sua giacca blu, nella cucitura squarciata del suo portafoglio delle elementari, tra le fessure della persiana della camera da letto, dentro il lettore dvd, dentro il dvd di "Solaris", nella sua chitarra classica regalatagli dalla zia in prima media, nella lampada sul comodino di Chiara. L'ultima non è che la trovò in senso stretto: dopo aver acceso la lampada sentì un fortissimo odore di plastica liquefatta. Trovò l'interruttore rimanendo voltato verso la porta: ormai vedeva senza guardare, quelle perle erano ovunque.
Lei era in ogni angolo, senza esserci.
Giacomo lentamente smise di uscire di casa: giusto per il lavoro, per il resto passava il tempo in casa.
Era ossessionato, no, terrorizzato dal trovare ancora altre perle, ma allo stesso tempo non riusciva a non sperare di vedere la prossima: in fondo era la dimostrazione che lei c'era ancora.
Gli amici, dopo aver dato della stronza a Chiara, erano preoccupatissimi per lui: Stefano passava spesso ma Giacomo non lo faceva nemmeno entrare a volte.
A forza d'insistere, dopo due mesi, riuscì a parlarci quasi normalmente, lì, in salotto, con un Jager in mano: stava andando tutto bene - più di 40 minuti ininterrotti di dialogo - quando qualcosa attirò l'attenzione di Giacomo e lo rese catatonico.
Prima sembrava l'amico di sempre e ad un tratto se ne stava lì, col bicchiere in mano a fissarlo. Ormai il ghiaccio si era sciolto, non c'era assolutamente nulla di strano in questo.
Stefano guardò distrattamente il suo, di bicchiere: Jager e tre cubetti di ghiaccio ormai liquefatti che non sembravano più cubi. Uno, addirittura, era diventato perfettamente sferico. Sì, ok, curioso, ma niente che giustificasse un simile stato d'animo.
Se ne andrò sconsolato, Giacomo neanche lo salutò.

Seguì ancora un mese di perle.
Alla fine erano 58 in totale. Le contava tutti i giorni.
Ne conosceva le differenze e i minimi difetti.
Un martedì, rientrando dal lavoro, trovò una busta sulla porta. La fissò per un tempo che gli parve infinito.
Una busta. Lì. Era lampante la provenienza.
La scavalcò ed entrò in casa, poi si rese conto di non potercela fare e tornò indietro.
La aprì in mezzo al salotto, con la giacca ancora addosso.
La busta era leggerissima, sembrava vuota, da fuori pareva non ci fosse dentro nemmeno un foglio di carta o un bigliettino.
Va bene l'essere troie come Chiara, ma mandare una busta vuota è troppo anche per lei. Ora basta.
La strappò rabbioso - inusuale per un tipo B - e si diresse in cucina, per buttarla nella spazzatura. Al terzo passo cadde per terra un filo.
Non fece rumore, ma lo raggelò come se si fosse spalancata alle sue spalle la porta di una cella frigorifera.
Non aveva bisogno di misurarlo: sapeva cos'era. Sapeva che misurava esattamente come le 58 perle.

Stefano trovò Giacomo due giorni dopo, seduto sul divano, pareva stesse dormendo.
Nessun bigliettino, nulla fuori posto. Non era stata una rapina, era lampante, anche se c'era una busta strappata per terra. Non mancava nulla, non c'erano segni di scasso e di intrusione.
Ma allora che ci faceva un'intera collana di perle infilata nella sua gola?

Dissero comunque rapina.
La Polizia è piena di gente di tipo A: meglio sempre andare oltre all'istante.