lunedì

La parte facile

Il mese scorso Annalisa mi ha detto una cosa tremenda.
Una cosa che non sta né in cielo né in terra, io son trenta giorni che ci penso.
Il mese scorso io non stavo tanto bene, non è che ero proprio una persona serena, sarà anche per quello che ci sto pensando un casino.

Per la prima volta, dopo sei mesi, mi sono focalizzato su altro.
Non è mica una cosa da poco: stai quattro anni con una persona, quattro anni intensi, passati lontani dalla mia, anzi dalla nostra - anzi dalla mia e basta, ormai - cittadina rurale.
Anni fatti di viaggi, cene, baci e notti insieme.
Mesi felici, in cui io e Diego non pensavamo minimamente a come sarebbe stato tornare a casa e dirlo a tutti.
Giorni passati a scegliere che film vedere stasera o con che compagnia aerea andare a San Francisco la prossima estate.
Tutto finito.
Finito esattamente sei mesi fa, una settimana dopo che siamo tornati a quella che avrebbe dovuto essere casa nostra, il paesello, come diceva Diego.
Un settimana in cui siamo passati dall'essere i due che ce l'avevano fatta nella grande città (lui stunt e stella indiscussa al poligono, io architetto e amministratore locale del Rotary) all'essere i due froci depravati.
Sette giorni il cui apice massimo è stata l'omelia del parroco.
Ve la risparmio, anche perché me l'ha raccontata Annalisa, quindi non mi va di riportare cose che non ho vissuto in prima persona, ma vi dico solo che l'essere argomento della predica della domenica non è una brutta sensazione.
Non mi ero accorto, però, che ero solo io a ridere.
Diego non ha retto, al contrario della corda a cui si è appeso il martedì successivo.

Non è passata nemmeno una notte senza che lo sognassi.
Non sempre sono sogni dolci o malinconici. A volte c'è una violenza che non è da noi.
Sono intrappolato in un incubo e quando mi addormento e lo sogno non va meglio.
Una volta era di fronte a me, mi ha incastrato tra i denti la pistola che usava nelle sue scene da stunt, tenendomi la fronte bloccata con una mano, supplicava comprensione, perdono, mi ricattava con parole d’amore, voleva suscitarmi sensi di colpa per la mia fermezza, per non essermi accorto del suo malessere ed io lo spingevo contro il muro urlando, con tutta la forza che avevo in corpo.
Io.
Io che chiedo scusa anche quando sono gli altri ad urtarmi.

Negli ultimi sei mesi, io non ero io.
Fino al mese scorso.
Fino alla frase di Annalisa, che proprio non ce la faceva più a vedermi così.
Anzi, a non vedermi, dato che non uscivo di casa.
Sapevate che l'Esselunga consegna la spesa a domicilio? Io l'ho scoperto sei mesi fa.
Ormai online si fa veramente di tutto.
Dopo mesi passati ad addormentarmi rannicchiato su me stesso, piangendo isterico, mentre la mia mano stringeva l’arma di Diego (scarica, credo, non so, non me ne intendo) così forte che la circolazione si bloccava fino a farla impallidire e farmi venire i crampi, Annalisa ha bussato alla mia porta.

Ha bussato alla mia porta e mi ha detto una cosa tremenda.
Una cosa che non sta né in cielo né in terra.
Senza ciao né altro, mi ha guardato e mi ha detto: guarda che stare male è la parte facile.

Stare male è la parte facile.

Un mese che ci penso.
Un mese che non ho in testa solo Diego, ma forse anche la cura.
Stare male è la parte facile.
Già.
Ad un certo punto si diventa adulti e si deve anche imparare ad essere adulti. E cominciare a gestire la propria vita e i rapporti con gli altri in modo molto meno strillato.
Qualcuno di voi direbbe meno da checca isterica.
Potete dirlo, tranquilli.
Avete ragione, meno da checca isterica.
Meno da io sto male voi dovete capire.
La gente non capisce.
Passerò il resto del mio tempo a stare dietro a chi ci è e a chi ci fa.
Tra stare male e stare bene, è più difficile stare bene, dice Annalisa.

Annalisa che da quel giorno mi porta fuori ogni sera.
Ancora non riesco ad andare dove andavo con Diego, ma è un passo avanti, no?
Là fuori c'è ancora un mondo che è andato avanti, come se non fosse successo nulla.
Sì, sto meglio, forse, esco, lavoro ancora e tutto, ma la pistola di Diego la tengo sempre in mano quando sono a casa. Carica, ma a salve. Sia mai che succeda qualcosa.
Quando mi sento male, la stringo e mi sento più forte.
Come sensazione è meglio di nulla.

Oggi è uno di quei giorni.
Sarà che sarebbe stato il compleanno di Diego, ma non mollo la pistola un secondo.
Annalisa ovviamente arriva: vuole festeggiare comunque, non possiamo dimenticarci di lui.
Lei suona, io le apro la porta.
Scusa, oggi davvero no, non posso farcela.
Mi porto le mani alle tempie e strizzo le palpebre, sperando che riaprendole Annalisa scompaia;
li riapro ma è lì, davanti a me, e tende una mano per accarezzarmi e stringermi a lei.
Indolente, mi faccio trasportare nel suo abbraccio, riprovo per un istante quell’intimità fisica che un tempo mi conferiva forza e serenità, ma il suo corpo non è quello di Diego, o forse è il mio ad essere ormai freddo, un involucro spento.
Io non posso più perdonare, non posso più tornare sui miei passi, non posso più guardare indietro verso momenti di sofferenza.
Spero che capisca.
Ok, non perdonare, che crepino quei contadini ignoranti, ma il resto è giusto: non guardare più indietro, vai avanti, stai andando alla grande.
Ok.
Sollevo la mano armata dietro la sua schiena e accostando la mia bocca alla sua fino a sfiorarla, gli occhi chiusi, emetto la sentenza.