lunedì

Again - pt.02



Per la prima volta non è un lungometraggio.
Non che la situazione migliori, a dir il vero.
O forse sì?
Almeno non è una roba schifosa come l'anno scorso.
E' anche per quello che non volevo aprire il pacco: dopo "The Human Centipede" ho vomitato per tre giorni.
E ho letto su internet che c'è anche il seguito; ero sicura sarebbe stato il film di quest'anno e invece...
"Rubber Johnny" di Chris Cunningham.


Ho provato a stoppare il dvd, giusto per vedere se riuscivo a capire con quale materiale pseudo-organico è riuscito a ricreare la faccia spiaccicata, ma la funzione è disabilitata.
Non si può far nulla, a dir il vero: inserisci il dvd, schiacci PLAY e devi arrivare per forza in fondo ai sei minuti di video. Non so se tutti i dvd di 'sta roba siano fatti così: il mio sì.

Riguardo il corto quattro volte, provo a vedere se c'è qualche indizio che mi riguarda: so che c'è, lo diceva la lettera dello scorso anno.

"Diec'anni di preliminari direi che bastano: ritorna la persona che eri e conosciamoci"

Giuro: "conosciamoci".
Come se il torturare psicologicamente una persona sia la prassi ordinaria del corteggiamento.
Se a questa simpatica lettera di poche parole ci aggiungi, appunto, "The Human Centipede"... beh, non sarò la donna più romantica della Terra, ma questo è troppo pure per i miei standard.

Guardo la lettera: è appoggiata accanto a me, ma ancora non l'ho letta.
La apro, estraggo il foglio, anche quest'anno una manciata di parole e basta.
Non ho voglia di leggerla, non ce la posso fare, non oggi, non stamattina per lo meno.
La giornata di ieri è già stata pesante a sufficienza: prima un tizio si fionda nel mio taxi chiedendo di essere accompagnato a Porta Romana.
Arriviamo a Porta Romana e lui si lamenta che non è Porta Venezia, che mi aveva assolutamente detto Porta Venezia, che non ha intenzione di pagare per un MIO errore.
"Quindi ora mi porta o no in Porta Genova?"
"Ma che cazz... ma se ha appena detto Porta Venezia!!!"
"Ma vuole che mi sbagli due volte di seguito?? Lei è veramente la peggior tassista mai vista".

Ok.
Poi c'è stata la manager figadilegno che dopo avermi ringhiato contro l'indirizzo dove accompagnarlo, dopo essere stata tutto il tempo al telefono lamentandosi del fatto che ha ADDIRITTURA dovuto scomodarsi a prendere un taxi, dopo aver criticato gli interni non in pelle di neonato albino del mio taxi ha provato a pagarmi cui buoni pasto.
Dio, certi giorni puoi davvero solo sperare che finiscano nella maniera più rapida possibile.
E in tutto questo sapevo benissimo che giorno era.
Sapevo che, una volta a casa, avrei trovato il pacco nella cassetta della posta.
Sono riuscita a lasciarlo lì tutta la notte, poi stamattina - anzi prima - sono scesa a prenderlo.
Ho provato ad andare al lavoro senza guardarlo, ma non ce l'ho fatta.

Riproverò stasera, magari troverò anche il coraggio di leggere quelle due righe di lettera che mi ha mandato, anche se la verità è che spero di aver visto il video un numero sufficiente di volte affinché il mio cervello riesca a ragionarci sopra in autonomia.
E' già successo, in fondo pensare era il mio lavoro tanto tempo fa, in un'altra vita, quasi.
Pare.

Dai, deciso.
Lo riguardo un'ultima volta, tanto per essere sicuri.
[..-]
Arrivo a metà e devo ricominciare: i vicini e il loro stupido cane fan casino davanti alla mia porta sempre quando non serve. C'E' GENTE IMPEGNATA, QUI!
Lo so, la canzone è solo una canzone degli Aphex Twin ma magari la chiave è lì.
La devo ascoltare bene.
Ricomincio per l'ultima volta.
[...]

Ok, direi che ci sono: posso andare al lavoro, guidare serena e sperare che le mie sinapsi facciano il loro mestiere.
Mi ravvivo i capelli, prendo la borsa, apro la porta e incespico sullo zerbino. Quasi sbatto la faccia sulla porta dall'altra parte del pianerottolo.
Cristo, mi succede tre volte a settimana, non imparerò mai. Zerbino di merda.
Solo che stavolta era più massiccio del solito.
Mi volto e lo vedo.
Cioè, ci metto un attimo perché ha lo stesso marroncino del mio tappeto.
Davanti alla mia porta c'è un cane.
Un chihuahua.
Da quanto è qui?
Da poco, prima, quando ho preso la posta non c'era.
E' stato il rumore di prima? Non erano i vicini quindi? 
E' STATO QUI?
Ma no, calmati un attimo, per favore.
E' un cane.
La gente abbandona di continuo gli animali, soprattutto d'estate.
Un cane rompicoglioni come questo, poi, che fine vuoi che faccia se non questa?
Sì, è sicuramente questo.
Sto ancora tremando quando vedo la mia mano allungarsi verso il collo del cane.
Lo sto per strangolare? Sarei capace di fare una cosa del genere? L'ho già fatta? E' stato questo che ha fatto incazzare il mio stalker?
Le mie dite accarezzano il cucciolo, si spostano lentamente sotto il suo collo, urtano una cosa fretta, liscia e metallica.
Ruoto la targhetta e leggo il nome del cane: Johnny.

Mi sa che oggi non vado al lavoro.



(continua...)
(sempre forse)

domenica

Again - pt.01

Esco in ciabatte, tanto devo fare due rampe di scale: prendo la posta e risalgo.

Credo che tutto sia iniziato un sacco di tempo fa.
Avevo cinque anni e la nonna mi dice "non toccare la stufa perché ti bruci, sai?"
E io sto lì: guardo la stufa, che è appena più grande di me, tutta marrone, con lo sportello per il forno e quello per il fuoco. Sto lì a guardarla. 
Attendo. 
Dai, è perfino carina, ha quei cerchi in alto, sulla piastra, che si spostano, è una delle poche cose che puoi vedere com'è dentro anche quando funziona.
E' una cosa bella, non può farmi del male. 
Dopo aver valutato le forze del nemico mi guardo i palmi. 
Sì, posso osare. 
Respiro e passo un ditino sottile, veloce, sul bordo della stufa. 
Non mi sono fatta niente! 
Allora provo a stare qualche secondo. E poi un po’ di più, e un po’ di più. 
E poi sono felice, mi sento un supereroe, chiamo la nonna e le dico
"nonna, guarda! riesco a tenere il dito sulla stufa!"
E lì non capisco, mi ricordo che non capisco.
La nonna mi guarda con aria da rimprovero
"non ti avevo detto di non toccare la stufa?"
Sono lì lì per piangere, allora la nonna mi accarezza una guancia con aria rassegnata e mi dice solo di fare attenzione.

Secondo me è lì che è stato chiaro che non c'era più nulla da fare: mi sarei messa nei casini, potevo solo "fare attenzione", non evitarli.
E dev'essere stato in quel lasso di tempo, tra i cinque e i ventiquattro anni, che ho fatto qualcosa che non dovevo fare.
Qualcosa che ha causato questa ricorrenza non richiesta e non desiderata.
Magari quest'anno non la apro la lettera.
Questa volta potrei non guardarlo il film.

Ma non cambierebbe le cose: continuerei a chiedermi quando non ho fatto attenzione, quando ho scatenato tutto questo. E comunque non basterebbe a fermarlo.
Tra 365 giorni troverei un altro pacchetto, un'altra lettera accompagnata da un altro film.
Esattamente come i passati dieci anni.
Esattamente come oggi.

E in fondo perché non dovrei guardare il film?
In pratica sono sola.

Ogni ragazzo che ha provato ad avvicinarsi a me ha ricevuto minacce e vessazioni.
Mattia ha anche pensato che fossi io stessa a mandare a me e a lui il pacchetto col film.
Gli uomini hanno veramente delle idee del cazzo, va detto.

E mica solo quelli che frequento io, eh.
Dumas, tipo, dice che il bello di una lettera anonima è che non devi rispondere.
Certo, sarebbe bello se si trattasse di UNA lettera anonima, coglione.

Rifaccio le due rampe di scale, entro in casa, appoggio il pacchetto ancora chiuso accanto agli altri dieci.
Per la prima volta interrompo la sequenza.
Lettera-film-lettera-film-lettera-film-lettera-film-lettera-film-lettera-film-lettera-film-lettera-film-lettera-film-lettera-film-PACCHETTO.
A volte basta proprio poco per sentirsi meglio.
E poi devo andare al lavoro, non posso fare tardi.
Cioè, sì, posso, mica ho un capo, però oggi inizia la fiera, sarà pieno di turisti e manager a cui serve una tassista.
Quindi no, non posso fare tardi se voglio pagare il mutuo.
Sostituisco le ciabatte con le scarpe, prendo la borsa ed esco di casa.
Fanculo anche al pacchetto.

Ho fatto ben 450 metri prima di fare inversione a U e tornare a casa.
Lo odio, ma devo vedere che film mi ha mandato quest'anno.
Devo capire.
Ora basta.





(continua...)
(forse)

venerdì

Meno

Mio nonno ha dimenticato le sottrazioni col riporto. Secondo lui l’anno in cui viviamo meno l’anno in cui è nata mia nonna farebbe mille-cento-ottantotto. Mio nonno dice che sì, è strano che mia nonna abbia mille-cento-ottantotto anni, ma la sottrazione è giusta.

Mio nonno era maestro.

Il giorno in cui mio nonno è andato in pensione io indossavo una gonna blu, me lo ricordo benisimo. C’era il sole, c’erano tante maestre e pochi bambini. E una bambina (di cui ricordo benissimo il nome) mi ha raccontato la barzelletta del fantasma formaggino, che non faceva ridere per niente anche se ho riso lo stesso perché mi sembrava gentile.
Mio nonno, se gli chiedo cosa ricorda del giorno in cui è andato in pensione, mi dice: "Mi ricordo che tu c’eri, abbiamo fatto la cerimonia e poi siamo andati a mangiare".
Mio nonno ricorda benissimo il freddo tagliente che faceva a Monopoli il giorno in cui è sceso dal treno, quarant’anni fa. Ricorda la neve e la conversazione avuta col cameriere nel ristorante in cui si era fermato a pranzare. E il suo padrone di casa, che ha sentito tutti gli anni a Natale per gli auguri finché non è morto, il caro signor Michele. Ricorda il giorno in cui è stato abilitato e la voce di suo padre orgogliosa e stanca che in dialetto gli dice e chi me lo doveva dire… un figlio maestro. Ricorda il giorno in cui sono nata e il momento in cui ha imboccato sua madre per l’ultima volta.

Ma le sottrazioni col  riporto, quelle proprio non le ricorda. Allora gliele spiego io, che me le ricordo.
Ho dimenticato tante cose in questi ultimi anni, in questi ultimi mesi, ma le sottrazioni col  riporto me le ricordo. Ho dimenticato come ci si protegge e ho dimenticato perché. E mettere in fila le abitudini del risveglio − i denti, la faccia, i capelli − l’ho dimenticato per dimenticarne la fatica. Ma mi ricordo che l’uno si fa prestare una decina dall’altro uno e diventa undici. Undici meno tre fa otto.

E non parliamo dei desideri.
Desiderare richiede un’energia che non s’è mai vista al mondo. E le notti insonni passate a consumare le lenzuola col dito, senza mai aprire un libro.
Ho dimenticato il piacere di leggere e il significato delle parole. Dovevo cercare tutto sul vocabolario perché non ero sicura di cosa fossero davvero una bicicletta, una radura o un’astronave. E dovevo controllare che gli accenti delle parole fossero tutti nel verso giusto e che fosse giusto ogni trattino di ogni dialogo e ogni nome di ogni personaggio. Le parole si accumulavano, ma smettevano di significare. E il dolore dei personaggi non era mai il mio, perché il mio l’avevo dimenticato.
Ho dimenticato quanto sia difficile restare, e quanto sia difficile tornare se te ne sei andato fuggendo. L’uno ha prestato la sua decina ed è rimasto zero. Lo zero chiede una decina all’altro zero, e diventa dieci. Dieci meno tre fa sette.

Ho dimenticato come scrivere. Le mie parole le ho prese a calci finché non gli ho rotto la schiena.

Ho accumulato impegni, nell’illusione di moltiplicare i sensi. Sono rimasta sepolta dalle liste, dalle cose da fare, dalle ore con la coperta troppo stretta, dalle spunte, dagli evidenziatori, dalle penne rosse a tratto fine, dalle scelte degli altri, che sembravano più ragionevoli delle mie. Ho scavato il corpo a cucchiaiate per privarlo di tutti i bisogni. Volevo dirmi più leggera, mi sono privata di tutto. Lo zero è rimasto nove. Nove meno nove fa zero. Zero, corpo cavo.

Adesso devo procedere per sottrazione. Ho pensato che ce l’avrei fatta, che sarei riuscita a fare tutto, le mie spalle forti sarebbero diventate indistruttibili e avrei sorriso di più perché avrei avuto più cose per cui sorridere. Me l’avevano detto: Complimenti per la resistenza, avrei ceduto per molto meno. Ma resistere non vuol dire non cedere. Vuol dire cedere dopo. Resta il due, che ha prestato le decine agli zeri che non avevano niente, ed è rimasto uno. Perché nelle sottrazioni col prestito funziona così: dai agli altri quello che agli altri manca, finché non ti fai più piccolo e finalmente crolli.

Quindi uno, meno uno, zero.

mercoledì

La terra

Ha portato via la voce a mia madre.
Mia madre che è capace di parlare per due ore e mezza per assicurarsi che abbia ancora la trapunta. 
Mamma, è quasi giugno; tienila lì che non si sa mai; ma; tienila.
Mia madre che è in grado di cantare coi miei nipoti una filastrocca senza capo né coda, priva di senso e con un ritmo naif.. Una volta sono andati avanti tutto il pomeriggio, ve lo giuro.
Non ho capito neanche l'argomento della filastrocca, forse c'erano un po' tutti.
Ora non lo fa più.
Non le dice più le filastrocche.
Ora ha un casino di rughe e la voce rigata. Non parlo più, dice.
Le aveva anche prima, le rughe, ma la voce le copriva.
Ora non più.
Se ne sta lì, al paese, a ricordarsi com'era stato nel '76, con la stessa paura.
Vorrebbe prendere la bicicletta e andare al sacrario e leggere quegli elenchi di nomi dove conosce praticamente tutti, ma non glielo permetto.
Non voglio che stia lì, da sola, senza voce: metti che succeda di nuovo?
No, lì, PROPRIO lì, no.
Il sisma ha ridato a mia madre tutti i ricordi del '76, freschi, pare successo ieri, e le ha portato via la voce.
Più la terra trema e meno lei parla.
Lei che è capace di far squillare il telefono in modo diverso e di tirare giù dal letto me e le mie sorelle se per caso stiamo ancora dormendo.
Sarebbe anche domenica, mamma, e sarebbero anche le dieci; eh, appunto, dovresti essere sveglia da ore.
Lei che dall'alto del suo metroesessanta ha messo in riga tutti i suoi fratelli.
Lei che ha una sorella a Modena e vorrebbe chiamarla ma non ha la voce.
Mamma, ma tanto le linee sono interrotte, la chiamo io, non preoccuparti.
...
Niente, parlo da sola.
E continuerò, se le scosse non cessano.

Se fossi Dio abbraccerei la terra e gli direi Ssshh, dai, su, non è niente, basta tremare; se fossi una figlia normale abbraccerei lei e tutti i colpiti.
Ma sono una figlia lontana e posso solo essere la voce imperfetta di una sorella che chiama un'altra sorella.
Zia, tutto apposto? Sì, tu e la mamma? Ehm, sì, ok.
Sono una figlia lontana che mente.
Che non è in grado di rassicurare nessuno, neanche una madre che trema al pensiero che la casa, costruita con tanti sforzi e sacrifici, le crolli addosso, domani notti e dopodomani nel pomeriggio.
Una figlia che può reggere tutto -TUTTO- ma non una madre senza voce.
Una figlia, la più piccola, inutile ed irrisolta che pur di distrarla da quella paura pensa che forse un'altra tragedia, diversa, più piccola perché più personale, più grande perché premeditata, la aiuterebbe a staccarsi da quelle paure.

Una figlia che non può fare neanche questo perché se non raccolgo io i pezzi chi lo farà?

lunedì

La parte facile

Il mese scorso Annalisa mi ha detto una cosa tremenda.
Una cosa che non sta né in cielo né in terra, io son trenta giorni che ci penso.
Il mese scorso io non stavo tanto bene, non è che ero proprio una persona serena, sarà anche per quello che ci sto pensando un casino.

Per la prima volta, dopo sei mesi, mi sono focalizzato su altro.
Non è mica una cosa da poco: stai quattro anni con una persona, quattro anni intensi, passati lontani dalla mia, anzi dalla nostra - anzi dalla mia e basta, ormai - cittadina rurale.
Anni fatti di viaggi, cene, baci e notti insieme.
Mesi felici, in cui io e Diego non pensavamo minimamente a come sarebbe stato tornare a casa e dirlo a tutti.
Giorni passati a scegliere che film vedere stasera o con che compagnia aerea andare a San Francisco la prossima estate.
Tutto finito.
Finito esattamente sei mesi fa, una settimana dopo che siamo tornati a quella che avrebbe dovuto essere casa nostra, il paesello, come diceva Diego.
Un settimana in cui siamo passati dall'essere i due che ce l'avevano fatta nella grande città (lui stunt e stella indiscussa al poligono, io architetto e amministratore locale del Rotary) all'essere i due froci depravati.
Sette giorni il cui apice massimo è stata l'omelia del parroco.
Ve la risparmio, anche perché me l'ha raccontata Annalisa, quindi non mi va di riportare cose che non ho vissuto in prima persona, ma vi dico solo che l'essere argomento della predica della domenica non è una brutta sensazione.
Non mi ero accorto, però, che ero solo io a ridere.
Diego non ha retto, al contrario della corda a cui si è appeso il martedì successivo.

Non è passata nemmeno una notte senza che lo sognassi.
Non sempre sono sogni dolci o malinconici. A volte c'è una violenza che non è da noi.
Sono intrappolato in un incubo e quando mi addormento e lo sogno non va meglio.
Una volta era di fronte a me, mi ha incastrato tra i denti la pistola che usava nelle sue scene da stunt, tenendomi la fronte bloccata con una mano, supplicava comprensione, perdono, mi ricattava con parole d’amore, voleva suscitarmi sensi di colpa per la mia fermezza, per non essermi accorto del suo malessere ed io lo spingevo contro il muro urlando, con tutta la forza che avevo in corpo.
Io.
Io che chiedo scusa anche quando sono gli altri ad urtarmi.

Negli ultimi sei mesi, io non ero io.
Fino al mese scorso.
Fino alla frase di Annalisa, che proprio non ce la faceva più a vedermi così.
Anzi, a non vedermi, dato che non uscivo di casa.
Sapevate che l'Esselunga consegna la spesa a domicilio? Io l'ho scoperto sei mesi fa.
Ormai online si fa veramente di tutto.
Dopo mesi passati ad addormentarmi rannicchiato su me stesso, piangendo isterico, mentre la mia mano stringeva l’arma di Diego (scarica, credo, non so, non me ne intendo) così forte che la circolazione si bloccava fino a farla impallidire e farmi venire i crampi, Annalisa ha bussato alla mia porta.

Ha bussato alla mia porta e mi ha detto una cosa tremenda.
Una cosa che non sta né in cielo né in terra.
Senza ciao né altro, mi ha guardato e mi ha detto: guarda che stare male è la parte facile.

Stare male è la parte facile.

Un mese che ci penso.
Un mese che non ho in testa solo Diego, ma forse anche la cura.
Stare male è la parte facile.
Già.
Ad un certo punto si diventa adulti e si deve anche imparare ad essere adulti. E cominciare a gestire la propria vita e i rapporti con gli altri in modo molto meno strillato.
Qualcuno di voi direbbe meno da checca isterica.
Potete dirlo, tranquilli.
Avete ragione, meno da checca isterica.
Meno da io sto male voi dovete capire.
La gente non capisce.
Passerò il resto del mio tempo a stare dietro a chi ci è e a chi ci fa.
Tra stare male e stare bene, è più difficile stare bene, dice Annalisa.

Annalisa che da quel giorno mi porta fuori ogni sera.
Ancora non riesco ad andare dove andavo con Diego, ma è un passo avanti, no?
Là fuori c'è ancora un mondo che è andato avanti, come se non fosse successo nulla.
Sì, sto meglio, forse, esco, lavoro ancora e tutto, ma la pistola di Diego la tengo sempre in mano quando sono a casa. Carica, ma a salve. Sia mai che succeda qualcosa.
Quando mi sento male, la stringo e mi sento più forte.
Come sensazione è meglio di nulla.

Oggi è uno di quei giorni.
Sarà che sarebbe stato il compleanno di Diego, ma non mollo la pistola un secondo.
Annalisa ovviamente arriva: vuole festeggiare comunque, non possiamo dimenticarci di lui.
Lei suona, io le apro la porta.
Scusa, oggi davvero no, non posso farcela.
Mi porto le mani alle tempie e strizzo le palpebre, sperando che riaprendole Annalisa scompaia;
li riapro ma è lì, davanti a me, e tende una mano per accarezzarmi e stringermi a lei.
Indolente, mi faccio trasportare nel suo abbraccio, riprovo per un istante quell’intimità fisica che un tempo mi conferiva forza e serenità, ma il suo corpo non è quello di Diego, o forse è il mio ad essere ormai freddo, un involucro spento.
Io non posso più perdonare, non posso più tornare sui miei passi, non posso più guardare indietro verso momenti di sofferenza.
Spero che capisca.
Ok, non perdonare, che crepino quei contadini ignoranti, ma il resto è giusto: non guardare più indietro, vai avanti, stai andando alla grande.
Ok.
Sollevo la mano armata dietro la sua schiena e accostando la mia bocca alla sua fino a sfiorarla, gli occhi chiusi, emetto la sentenza.

martedì

La radiosveglia

Si dice spesso che ogni persona è unica e irripetibile, che ogni essere umano è come un piccolo mondo a parte, che puoi frequentare qualcuno per anni senza mai arrivare a conoscerlo fino in fondo tanto è ricca, complessa e imprevedibile la personalità umana.
Certo.

Queste cose si può pensarle a sei anni, quando non si è ancora entrati in contatto con un campione sufficientemente rappresentativo di persone.
Ma dopo che ci si è visti passare davanti agli occhi migliaia e migliaia di volte gli stessi unici e irripetibili personaggi, è facile rendersi conto che le persone al mondo non sono miliardi, ma cinque o sei al massimo, ciascuna ripetuta miliardi volte.

Sostanzialmente le persone, in tutto il mondo, sono due, A e B: quelle che buttano una cosa non appena si rompe o si scheggia un angolino e quelle che, prima di cestinare definitivamente un oggetto - o una storia - aspettano che non funzioni più nulla, che sia davvero inutilizzabile, se non dannosa.
La madre di Giacomo rientrava chiaramente nel tipo A. Anche Chiara.
Lui no. B.
Lui ha ancora la sua radiosveglia vinta in quarta elementare alla pesca della parrocchia.
Il display è rotto, la radio non funziona e non va nemmeno la sveglia. Ma la retroilluminazione sì, quindi in certi orari particolari, se schiacci il pulsante che illumina il display riesci ad indovinare con una buona approssimazione l'ora.
Per Giacomo funziona, quindi la sveglia resta, come se fosse nuova.
Chiara non è d'accordo. La madre ha smesso di provarci.

La tipologia di persona A non dovrebbe mai incontrare nella propria vita la persona B.
Quella cosa che sono le differenze a rendere interessante un rapporto è una cazzata e anche a questa puoi credere solo se hai sei anni (e sa già ti interessi dell'amore a quell'età, il che sarebbe da evitare): se non sei d'accordo con l'altra anche nel verso in cui vanno tagliate le zucchine per fare la caponata, non ci dovresti nemmeno perder tempo in una storia così.
Ovviamente questo è un ragionamento da persona A, quella che al primo microlitigio fa saltare in aria tutto.
Per la persona B non è un gran problema: finché entrambi non sono poltiglia, la storia è ok.
Anche se uno dorme con la finestra aperta e la luce accesa e l'altro per addormentarsi ha bisogno delle tenebre che trovi solo nel cuore della Foresta Nera.

Giacomo è un tipo B, neanche molto sveglio, ma si rese conto subito che Chiara era andata via.
Aveva lasciato tutti i vestiti, le borse, i trucchi e i libro, ma sapeva che non l'avrebbe più rivista.
Per il tipo A, ricomprare tutto è molto meglio che impacchettare le proprie cose e lasciare i biglietti d'addio. Il biglietto è una traccia, è un implicito "seguimi". Un modo per tenere aperta una storia che non avrebbe nemmeno dovuto nascere.
Da tipo B Giacomo continuò a fare tutto come se fosse solo una pausa momentanea: Chiara ha sempre adorato sottolineare la sua assenza, il suo non esserci gli doveva urlare quanto lei valesse. Una volta è sparita per tre giorni e tutt'ora lui non sa dov'è andata.
Per un tipo B tutto sommato non è complicato fingere che sia tutto ok: è una seconda natura. Si tratta solo di un bozzo in più: finché entrambi non sono morti si può recuperare tutto.
La mattina le preparava la colazione, come se lei dovesse svegliarsi qualche ora dopo.
A mezzogiorno la chiamava. Lei non rispondeva, ma lui fingeva che lei fosse impegnata in riunione o a pranzo con le colleghe.
Alla sera cucinava per due: nella sua mente lei era ad un aperitivo con le amiche.
Tutto il cibo in più andava al gatto randagio che da qualche giorno gironzolava lì intorno.
La mattina dopo ricominciava.
Andò avanti per dodici giorni, prima che trovasse la prima perla.

Si era fatto un the freddo, meccanicamente. The solubile, acqua, mescolare, cubetti di ghiaccio, pronto.
Con un occhio al computer appoggiato sul tavolo della cucina e l'altro sul timer per le uova, sorseggiava distrattamente dal bicchiere leggendo corriere.it quando qualcosa di perfettamente sferico e liscio gli finì in gola e quasi lo strozzò.
Sputò violentemente sul tavolo una delle perle bianche finte, di plastica dura, della collana presa da Chiara al mercatino un paio d'anni prima.
Non c'era alcuna spiegazione al mondo per cui quella robina potesse trovarsi lì, prima nella sua bocca e poi sul tavolo, neanche a pensarci un milione di anni, quindi Giacomo scelse di non pensarci proprio.

La seconda la trovò dentro il suo paio di scarpe da corsa.
La terza sotto uno dei cuscini del divano: tipico di Chiara, faceva molto principessa sul pisello.
Seguirono dentro la busta delle arachidi (quasi si strozzò di nuovo), dentro il phon, nella tasca della sua giacca blu, nella cucitura squarciata del suo portafoglio delle elementari, tra le fessure della persiana della camera da letto, dentro il lettore dvd, dentro il dvd di "Solaris", nella sua chitarra classica regalatagli dalla zia in prima media, nella lampada sul comodino di Chiara. L'ultima non è che la trovò in senso stretto: dopo aver acceso la lampada sentì un fortissimo odore di plastica liquefatta. Trovò l'interruttore rimanendo voltato verso la porta: ormai vedeva senza guardare, quelle perle erano ovunque.
Lei era in ogni angolo, senza esserci.
Giacomo lentamente smise di uscire di casa: giusto per il lavoro, per il resto passava il tempo in casa.
Era ossessionato, no, terrorizzato dal trovare ancora altre perle, ma allo stesso tempo non riusciva a non sperare di vedere la prossima: in fondo era la dimostrazione che lei c'era ancora.
Gli amici, dopo aver dato della stronza a Chiara, erano preoccupatissimi per lui: Stefano passava spesso ma Giacomo non lo faceva nemmeno entrare a volte.
A forza d'insistere, dopo due mesi, riuscì a parlarci quasi normalmente, lì, in salotto, con un Jager in mano: stava andando tutto bene - più di 40 minuti ininterrotti di dialogo - quando qualcosa attirò l'attenzione di Giacomo e lo rese catatonico.
Prima sembrava l'amico di sempre e ad un tratto se ne stava lì, col bicchiere in mano a fissarlo. Ormai il ghiaccio si era sciolto, non c'era assolutamente nulla di strano in questo.
Stefano guardò distrattamente il suo, di bicchiere: Jager e tre cubetti di ghiaccio ormai liquefatti che non sembravano più cubi. Uno, addirittura, era diventato perfettamente sferico. Sì, ok, curioso, ma niente che giustificasse un simile stato d'animo.
Se ne andrò sconsolato, Giacomo neanche lo salutò.

Seguì ancora un mese di perle.
Alla fine erano 58 in totale. Le contava tutti i giorni.
Ne conosceva le differenze e i minimi difetti.
Un martedì, rientrando dal lavoro, trovò una busta sulla porta. La fissò per un tempo che gli parve infinito.
Una busta. Lì. Era lampante la provenienza.
La scavalcò ed entrò in casa, poi si rese conto di non potercela fare e tornò indietro.
La aprì in mezzo al salotto, con la giacca ancora addosso.
La busta era leggerissima, sembrava vuota, da fuori pareva non ci fosse dentro nemmeno un foglio di carta o un bigliettino.
Va bene l'essere troie come Chiara, ma mandare una busta vuota è troppo anche per lei. Ora basta.
La strappò rabbioso - inusuale per un tipo B - e si diresse in cucina, per buttarla nella spazzatura. Al terzo passo cadde per terra un filo.
Non fece rumore, ma lo raggelò come se si fosse spalancata alle sue spalle la porta di una cella frigorifera.
Non aveva bisogno di misurarlo: sapeva cos'era. Sapeva che misurava esattamente come le 58 perle.

Stefano trovò Giacomo due giorni dopo, seduto sul divano, pareva stesse dormendo.
Nessun bigliettino, nulla fuori posto. Non era stata una rapina, era lampante, anche se c'era una busta strappata per terra. Non mancava nulla, non c'erano segni di scasso e di intrusione.
Ma allora che ci faceva un'intera collana di perle infilata nella sua gola?

Dissero comunque rapina.
La Polizia è piena di gente di tipo A: meglio sempre andare oltre all'istante.

sabato

Per carità.

È l'unico modo che ho trovato per sopravvivere: diventare giornalista.

E non per raccontare storie, per carità: siete tutti convinti di avere delle grandi storie da raccontare ma non vi rendete conto che in realtà i social network sono esplosi ora proprio per questo motivo.
Nessuno ha più nulla da dire: per comunicare che ti stai annoiando o che il tuo capo è uno stronzo twitter va benissimo. Facebook pure meglio. Chi va oltre?
Se mettessero un limite massimo ai caratteri da utilizzare in una mail neanche ve ne accorgereste e non pensiate che sia perché avete il dono della sintesi, per carità.
Dio, per carità.
Ripetete le stesse cazzo di cose 3 volte al giorno, tutti i cazzo di giorni. Vi ho visti parlare per ore di quanto vi siete annoiati oggi.
No, di sicuro non avete il dono della sintesi. Ma l'Alzheimer sì, molto probabilmente.
Nemmeno io voglio raccontare storie e infatti sono diventato giornalista apposta.

Dopo quel giorno, per sei mesi, ogni giorno qualcuno mi ha chiesto come mi sentivo.
La maggior parte erano giornalisti - non solo, per carità - e tutti facevano la stessa domanda: "come ti senti, ora?".
La differenza con i parenti, che mi facevano quella domanda solo per potermi dire come si sentivano loro, è che io, una volta mentito con la mia risposta, non avevo la minima idea di chi fossero quelle persone e di come stessero.
Alla fine volevo solo parlare coi cronisti, mi sentivo bene.
Sapevano che mentivo perché loro lo fanno tutti i giorni: mentono oppure omettono, che poi è la stessa cosa.
Sono riuscito a trovare 73 espressioni per confermare che stavo bene, non male per un bambino di 11 anni. È lì che ho imparato che ci sono mille modi per descrivere cose non vere, e riguardano tutti gli aggettivi.
Segnatevela, questa: gli aggettivi servono a mascherare la verità. Gli aggettivi e anche qualche avverbio.
Quando uno vi dice che l'amore che prova per voi è infinito, meraviglioso, devastante e unico sta mentendo.
Se uno vi ama vi dice "ti amo". Già se dice "ti amo tanto" dubitate.
Per carità: "tanto". Che cazzo vorrà mai dire "ti amo tanto".
Per carità.

Grazie a quei 73 modi per dire che stavo bene, che già pensavo al mio futuro, sono diventato giornalista.
Non c'è un solo dettaglio che mi sfugga.
Segnatevi anche questo: se riempite gli articoli e i discorsi di aggettivi, avverbi e dettagli nessuno baderà più alla verità.
Mediamente un articolo da prima pagina contiene 600 parole, di cui 300 aggettivi, tutti inutili.
Il resto sono dettagli irrilevanti. Di valido, resta - quanto? - il 4% e mi sto tenendo largo.
È morto un ragazzo? Bastano 12 parole, ma non siete abituati a questo, per carità.
Non vi interessa, in fondo. È solo il motivo per cui si può fare l'articolo, non è l'articolo stesso.
Volete sapere come sta la sua fidanzata, con quel suo visino angelico incorniciato da due ciocche di capelli biondi; quante lacrime ha pianto la madre, quell'elegante signora di mezz'età, le cui rughe portano i segni della recente tragedia cancellando tutte le disgrazie passate che approfondiremo in altri 4 articoli, con infinita profusione di dettagli.
Volete più informazioni sulle passioni del ragazzo, sui poster appesi in quella camera Ikea, sulle canzoni che aveva nell'iPod Classic (160 GB, bianco, strisciatissimo), sull'ultima vacanza che ha fatto con gli amici di cui potete trovare le foto sulla pagina facebook.
I dettagli allontanano dal dramma: non siamo più spaventati per la fine di quel ragazzo.

73 modi di confermare che sto benissimo e solo uno per dire che, dopo quel giorno, l'unica cosa che provi è la vergogna per essere sopravvissuto a tutti.

Sono diventato giornalista per non raccontare la mia storia.
Per carità.
Per nascondere tutte le storie del mondo dietro ad un muro di dettagli, aggettivi, avverbi ed inutilità.
Per poter dire anch'io cosa ho fatto di notevole nella mia vita.
Voi dite "io sono architetto", "io sono medico", "io sono avvocato".
"Io sono sopravvissuto" suonava male.
"Giornalista" è molto meglio.
Per carità, è solo un dettaglio in più.

E non ci provate: non saprete altro. Le domande le faccio io.

lunedì

Il vostro angelo

La cosa peggiore di quando le diagnosticarono il cancro non fu il cancro e non fu nemmeno la lapidaria (è il caso di dirlo) sentenza del medico.
La chemio? Sarebbe stata una passeggiata, se avesse avuto un senso farla.
Le lacrime di sua sorella? Gestibili, per lo più, e in fondo mica era colpa sua se stava per morire.
No, la cosa peggiore era che tutti parevano in ansia di dare un senso alla SUA vita, come se loro invece fossero immortali. O peggio, perfetti.
Fiona non sopportava più le continue pressioni di suo padre affinché facesse qualcosa di bello e grande nella sua vita (in quello che le restava, insomma) o le incessanti spintarelle della madre perché spendesse gli ultimi mesi a fare volontariato in qualche posto del mondo più sfortunato di lei. Uno qualunque andava bene.
Ogni sguardo di pietà le faceva crescere dentro una rabbia feroce, ogni parola caritatevole le provocava prurito alle mani.
Possibile? Possibile che nessuno capisse? Il cancro non ti rende una persona migliore: se eri uno stronzo prima stai certo che lo resterai anche una volta uscito dallo studio del medico.
E di sicuro non ti rende un eroe.
No, se ti ammali di cancro non è la vita che ti mette alla prova: sei solo più sfigato degli altri.
Non hai l'occasione di dimostrare a tutti se sei angelo o diavolo: hai beccato la paglietta più corta, punto.
Fiona avrebbe voluto urlare questo, avrebbe voluto ferire a morte tutti, ma a quel punto le lacrime della sorella avrebbero superato il limite di guardia.
Alla fine cedette, ma dettò lei le regole.

Erano tutti felici: il padre per il carattere coraggioso della figlia, la madre per il gesto nobile, lei per gli sguardi d'ammirazione a distanza (quindi niente rotture di persona), lo studio televisivo per la diretta.
L'idea le era venuta leggendo in rete la rassegna stampa quotidiana europea ed era semplicemente perfetta per mettere d'accordo tutti: un reality dove i concorrenti erano pazienti e il premio era un organo di Fiona, ancora caldo per loro se solo avessero avuto la pazienza di aspettare la sua dipartita che doveva rigorosamente avvenire senza traumi.
Nonna a parte, erano tutti entusiasti, come detto prima.
E i concorrenti erano MIGLIAIA.
Che fossero in cerca di un rene, di un cuore, di un pezzetto di fegato o solo di un po' di notorietà, erano tutti accomunati da una cosa: nessuno di loro trattava Fiona come una povera martire.
Come una santa sì, ovvio, ma sempre con un certo rispetto, come si potrebbe guardare un vitello che volontariamente decide di macellarsi, coi suoi tempi e i suoi modi.
Insomma, sempre di rispetto si tratta.

Fiona era riuscita a gestire tutto a modo suo:
la produzione voleva che ogni puntata lei giudicasse i pazienti-concorrenti (anche senza trattino, a scelta) stando a letto, per sottolineare la sua malattia; lei invece sfoggiava sempre vestiti all'ultimo grido, tacchi alti, trucco perfetto.
Dalla terza puntata in poi, quando ormai si iniziava a dover scegliere tra la storia straziante di Marco (alcolista fin dalla più tenera età a causa di un padre violento, una madre cocainomane ed uno zio molto molto affettuoso) e quella di Lisa (bella, giovane, magra, ballerina fino a che in un incidente d'auto causato da un ubriaco -ah- aveva irrimediabilmente perso il fegato e un paio di altre cose) cominciarono perfino ad arrivare gli sponsor.
Fiona era una star, era amata dal pubblico che adorava sia lei che i casi umani che si presentavano in lizza per il petto o per l'ala: un campionario di persone sulle quali la sorte si era abbattuta con particolare cattiveria.
Il punto più alto fu quando iniziò la storia d'amore tra lei e Simone, in lizza per il suo cuore, non solo letteralmente.
Ogni puntata, tra i racconti lacrimevoli di quelli che volevano un rene e gli sguardi dolci di Fiona e Simone, era un record di ascolti.
Provate a chiedere in quel periodo cosa mandassero in onda gli altri canali: nessuno saprebbe dirvelo. Nessuno guardava altro.

Era difficile dare un senso a quella storia d'amore, in cui nella migliore delle ipotesi uno dei due non sarebbe sopravvissuto per vedere il mese seguente.
Nel frattempo le selezioni erano finite, gli spettatori conoscevano meglio le storie di chi, entro poco, avrebbe avuto dentro di sè un pezzo di quell'angelo che ora ascoltava le dolci parole che Simone le sussurrava in mondovisione.

La madre di Fiona non poteva essere più orgogliosa della propria bambina e non mancava di ripeterlo ad ogni intervista: sì, lei era sicuramente colei che aveva dato i natali ad un vero e proprio angelo.

Fiona sembrava sempre euforica, anche se forse troppo controllata.
Però non le mancò mai il sorriso.
Nemmeno quando salì sul davanzale della sua stanza al settimo piano e si buttò di sotto, anche se in quel momento, più che un sorriso era un ghigno malefico.

Volevate vedere un angelo? Eccolo, ha spiccato il volo, provocando quando più dolore poteva, portando con sè anche le speranze di persone a lei sconosciute.
Sì, Fiona aveva decisamente vinto il suo reality show.

Nel giro di 8 giorni Simone morì.
Di rabbia, si dice.