La cosa peggiore di quando le diagnosticarono il cancro non fu il cancro e non fu nemmeno la lapidaria (è il caso di dirlo) sentenza del medico.
La chemio? Sarebbe stata una passeggiata, se avesse avuto un senso farla.
Le lacrime di sua sorella? Gestibili, per lo più, e in fondo mica era colpa sua se stava per morire.
No, la cosa peggiore era che tutti parevano in ansia di dare un senso alla SUA vita, come se loro invece fossero immortali. O peggio, perfetti.
Fiona non sopportava più le continue pressioni di suo padre affinché facesse qualcosa di bello e grande nella sua vita (in quello che le restava, insomma) o le incessanti spintarelle della madre perché spendesse gli ultimi mesi a fare volontariato in qualche posto del mondo più sfortunato di lei. Uno qualunque andava bene.
Ogni sguardo di pietà le faceva crescere dentro una rabbia feroce, ogni parola caritatevole le provocava prurito alle mani.
Possibile? Possibile che nessuno capisse? Il cancro non ti rende una persona migliore: se eri uno stronzo prima stai certo che lo resterai anche una volta uscito dallo studio del medico.
E di sicuro non ti rende un eroe.
No, se ti ammali di cancro non è la vita che ti mette alla prova: sei solo più sfigato degli altri.
Non hai l'occasione di dimostrare a tutti se sei angelo o diavolo: hai beccato la paglietta più corta, punto.
Fiona avrebbe voluto urlare questo, avrebbe voluto ferire a morte tutti, ma a quel punto le lacrime della sorella avrebbero superato il limite di guardia.
Alla fine cedette, ma dettò lei le regole.
Erano tutti felici: il padre per il carattere coraggioso della figlia, la madre per il gesto nobile, lei per gli sguardi d'ammirazione a distanza (quindi niente rotture di persona), lo studio televisivo per la diretta.
L'idea le era venuta leggendo in rete la rassegna stampa quotidiana europea ed era semplicemente perfetta per mettere d'accordo tutti: un reality dove i concorrenti erano pazienti e il premio era un organo di Fiona, ancora caldo per loro se solo avessero avuto la pazienza di aspettare la sua dipartita che doveva rigorosamente avvenire senza traumi.
Nonna a parte, erano tutti entusiasti, come detto prima.
E i concorrenti erano MIGLIAIA.
Che fossero in cerca di un rene, di un cuore, di un pezzetto di fegato o solo di un po' di notorietà, erano tutti accomunati da una cosa: nessuno di loro trattava Fiona come una povera martire.
Come una santa sì, ovvio, ma sempre con un certo rispetto, come si potrebbe guardare un vitello che volontariamente decide di macellarsi, coi suoi tempi e i suoi modi.
Insomma, sempre di rispetto si tratta.
Fiona era riuscita a gestire tutto a modo suo:
la produzione voleva che ogni puntata lei giudicasse i pazienti-concorrenti (anche senza trattino, a scelta) stando a letto, per sottolineare la sua malattia; lei invece sfoggiava sempre vestiti all'ultimo grido, tacchi alti, trucco perfetto.
Dalla terza puntata in poi, quando ormai si iniziava a dover scegliere tra la storia straziante di Marco (alcolista fin dalla più tenera età a causa di un padre violento, una madre cocainomane ed uno zio molto molto affettuoso) e quella di Lisa (bella, giovane, magra, ballerina fino a che in un incidente d'auto causato da un ubriaco -ah- aveva irrimediabilmente perso il fegato e un paio di altre cose) cominciarono perfino ad arrivare gli sponsor.
Fiona era una star, era amata dal pubblico che adorava sia lei che i casi umani che si presentavano in lizza per il petto o per l'ala: un campionario di persone sulle quali la sorte si era abbattuta con particolare cattiveria.
Il punto più alto fu quando iniziò la storia d'amore tra lei e Simone, in lizza per il suo cuore, non solo letteralmente.
Ogni puntata, tra i racconti lacrimevoli di quelli che volevano un rene e gli sguardi dolci di Fiona e Simone, era un record di ascolti.
Provate a chiedere in quel periodo cosa mandassero in onda gli altri canali: nessuno saprebbe dirvelo. Nessuno guardava altro.
Era difficile dare un senso a quella storia d'amore, in cui nella migliore delle ipotesi uno dei due non sarebbe sopravvissuto per vedere il mese seguente.
Nel frattempo le selezioni erano finite, gli spettatori conoscevano meglio le storie di chi, entro poco, avrebbe avuto dentro di sè un pezzo di quell'angelo che ora ascoltava le dolci parole che Simone le sussurrava in mondovisione.
La madre di Fiona non poteva essere più orgogliosa della propria bambina e non mancava di ripeterlo ad ogni intervista: sì, lei era sicuramente colei che aveva dato i natali ad un vero e proprio angelo.
Fiona sembrava sempre euforica, anche se forse troppo controllata.
Però non le mancò mai il sorriso.
Nemmeno quando salì sul davanzale della sua stanza al settimo piano e si buttò di sotto, anche se in quel momento, più che un sorriso era un ghigno malefico.
Volevate vedere un angelo? Eccolo, ha spiccato il volo, provocando quando più dolore poteva, portando con sè anche le speranze di persone a lei sconosciute.
Sì, Fiona aveva decisamente vinto il suo reality show.
Nel giro di 8 giorni Simone morì.
Di rabbia, si dice.
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