sabato

Uno qualunque

"Ehi, ciao!"
...
"Sì, sto tornando"
...
"No, tutto a posto. Ho anche trovato da sedermi in treno anche se come al solito non c'è posto per stendere le gambe. Poi un giorno capirò perché mi becco sempre il sedile accanto ai ciccioni patologici, dio cristo."
...
"No, mi han sentito. 'Sta gente ha perfino le orecchie troppo grasse per infilarcisi dentro gli auricolari"
...
"Maffigurati che cazzo me ne frega. Piuttosto dim-"
...
"Ah, sì, l'ho visto. Si è ripreso bene: ha detto che ora che ha comprato l'Harley lo rispettano tutti e non lo prendono più per il culo per il fatto che è dell'Inter e non ha finito l'IPSIA. Dice che la chiaroveggente gli ha detto che troverà la fidanzata, una acculturata e figa e quindi, adesso, passa tutti i sabati in libreria, però guarda solo le donne che guardano i libri sull'Harley"
...
"Ma non so neanche se esistano i libri sull'Harley, figurati se so se esistono donne che. Dai, cazzo."
...
"Comunque ieri sera, mentre tornavo da mia madre l'ho visto che svoltava dietro il capannone dell'Elettrolux"
...
"Eh, sì, lì ci sta ancora il night dei gay. Non gliel'ho detto oggi, quando è passato a salutarmi, però secondo me mi ha vista, o ha riconosciuto la mia auto, perché ha iniziato a dire stronzate tipo che ieri sera è andato a casa della Ale, che se l'è fatta, che si amano, che stanno pianificando di scappare insieme e che probabilmente il figlio è suo e non del marito"
...
"No, guarda, lascia perdere"
...
"Ah, mia madre ti saluta. Mi ha dato anche un po' di cose per te"
...
"No, infatti, alla grande. Abbiamo parlato un sacco, però bene. Anche se alla fine c’è stato un attimo di brivido quando la conversazione è virata su di te, poi sui nostri lavori e poi su come faremmo a mantenerci se volessimo metter su famiglia o anche solo se vogliamo avere la piena indipendenza e contare solo su di noi. Allora mi son girati un po’ i coglioni. Però alla fine è stato bello perchè io me ne stavo andando scazzata e le ho detto che non avrò una vita come l’ha fatta lei o come la maggior parte della gente sceglie di fare e lei mi ha detto va bene, allora spiegamela, dammi solo gli strumenti per capirti.
Ho pensato che ha detto una cosa molto bella. Dev’esser difficile per una madre capire che i figli vivono con poco e spendono poco e dormono sui divani degli altri anche a trent’anni. Insomma loro alla fine quello che sognavano a trent’anni era di avere una casa da soli e dei soldi da parte per.
Noi...Vabbè.
Tu hai corso ieri?"

mercoledì

Conservanti

Per me è sempre stato difficile capire cosa voglio, e dire che mi conosco da quando sono nato.
Vorrei fare sport, ma non voglio essere legato a degli orari per svagarmi e divertirmi.
Vorrei uscire di più, ma per fare cosa?
Vorrei conoscere gente nuova, ma nei posti nuovi non conosco nessuno
Vorrei una famiglia, una casa, un'auto, ma non un lavoro d'ufficio.

Voi siete quelli privi di dubbi, immagino. Dall'espressione che fate, dico, siete quelli che sanno sempre tutto.
Quelli che han saputo fin da piccoli che volevano fare l'avvocato, il medico, l'ingegnere.
Quelli che non avevano dubbi: avrebbero sposato la fidanzata dell'università. Sì, non toccherò qui l'argomento dell'insegnante di tennis, tranquillo. Ah no, giusto, tu sapevi che non l'avrei fatto, che tua moglie non lo scoprirà mai.
Sì, scusa.
Tu, così, a occhio e croce, sei uno di quelli che non piangono al cinema, perché tanto non è reale.

Beh, io, tra le poche cose che so, c'era che cucinare mi piaceva un casino e che avrei voluto fare qualcosa col cinema. O con la musica. O col teatro.
Ok, non è che lo sapessi proprio con precisione, però avevo una via, che quando non capisci niente è davvero tutto.
Cucinare è una figata perché puoi essere creativo, ma devi essere di una precisione matematica; basta una cazzata per rovinare il lavoro di ore. E' fantastico, infatti non ne avrei mai fatto il mio lavoro, però è diventata la mia seconda natura. Non ho mai comprato nulla - N U L L A - che fosse confezionato o con conservanti.
Di lavoro, invece, sono un luciaio: sono quello che ti permette di vedere i tuoi cantanti preferiti, l'attrice del tuo cuore, il tuo capo sul palco o chi per loro. Se sei stato ad un qualche tipo di evento sociale negli ultimi 6 anni, io ti ho visto e tu non hai visto me.
Non crederci, ma è la cosa che mi piace di più del mio lavoro. Se solo me ne fregasse qualcosa, io ti potrei sputtanare, perché ti ho visto come ti comportavi lì, lontano da quelli che credono di conoscerti.
Ma sì, lo sai che non lo farò, al limite non sai il perché.
Chieditelo, se hai coraggio, dai.

Insieme al lavoro ho trovato Daniela. Bella, indecisa, disoccupata, incapace di mantenersi, bella. Già detto, lo so.
Stiamo insieme da 5 anni, conviviamo da 4 anni e 11 mesi e mezzo.
L'ho dovuto fare perché se fossimo arrivati al punto in cui dovevamo valutare se andare a vivere insieme o no, non avrei mai deciso, così ho preferito buttargliela lì subito e vedere come reagiva.
E' andata, mi ha detto culo per una volta nella vita.
Da anni ogni giorno le preparo la colazione, il pranzo -primosecondodolce- e la cena -ascelta-.
Quando sono via per lavoro preparo tutto in anticipo e lei deve solo scaldare. Se non lo facessi mi mancherebbe un pezzo della mia vita.
Fino a tre mesi fa.

Tre mesi fa Daniela arriva e mi dice di essere incinta.
E' felicissima, ha sempre voluto un bambino, ultimamente stavamo meglio del solito e ormai le meringhe mi vengono della consistenza perfetta ogni volta.
Si guarda sempre allo specchio, tutto il tempo:
"Ma la mia pelle ti sembra diversa? Ho letto che diventa diversa in gravidanza"
"Non so, io non c-"
"Ma tipo è proprio ugualeuguale a ieri secondo te?"
"Cioè, è -"

Tre mesi fa lei ha scoperto di essere incinta ed io smesso di cucinare per lei.
Per lei, non per me.
Io il branzino in crosta di sale, le trofie al pesto con patate e fagiolini, le mousse al cioccolato e il gelato continuo a farli, solo che li mangio io o li butto. Un paio di volte ho portato il porceddu ai colleghi, ma solo a quelli che conosco da più di 5 anni.
A Daniela do i muffin del supermercato, le dico che le sembrano diversi perché è incinta.
Il pesce è quello Findus, stessa motivazione.
La colazione è gentilmente offerta dalla Mulino Bianco.
Per lo meno all'inizio le porzioni erano normali.
Come prima cosa, poi, ho smesso di comprare l'acqua e i succhi bio.
Poi ho proprio smesso di comperare qualunque cosa fosse liquida e ho raddoppiato le porzioni di tutta quella merda da supermercato.
Quando lei mi ha denunciato eravamo arrivati a plumcake, camille, biscotti senza latte/the, pan di brioche e merendine del discount senza farcitura alcuna. Solo per colazione.
C'è proprio scritto anche nella sentenza di primo grado:
"La corte riconosce l’imputato colpevole di tentato omicidio per soffocamento per aver presentato a colazione i seguenti prodotti: plumcake, camille, biscotti senza latte/the, pan di brioche, merendine del discount senza farcitura alcuna".
Non sembra neanche vera, e invece.

Vorrei uscire di qui solo per ricominciare a cucinare bene. Non so cosa vorrei fare, forse il porceddu che ormai è il mio piatto preferito.
Ironia della sorte: il porceddu ho dovuto imparare a farlo dopo che ho detto a Daniela che avevo un lavoro in Sardegna e che mi sarei fermato un paio di giorni in più proprio per godermi un po' quella terra.
In realtà ero alla clinica della fertilità di Genova.
A lei non ho mai detto che sono sterile.
Neanche ai miei avvocati.

Lo dico a te perché vedere il tuo sguardo vacillante e non più sicuro come prima vale ogni singola cosa che ho fatto finora.
Forse, d'ora in poi, starai più attento 

sabato

L'importanza della lingua

Che alla fine, se ci pensi bene – se io ci penso bene, intendo – il tutto è iniziato perché le persone non sono particolarmente attente a quello che viene insegnato loro alle elementari.
Tipo che in una frase il soggetto va sempre espresso, e che se non lo esprimi dovresti accertarti che l’altro sappia di cosa parli.
Io avevo scelto gli annunci on-line perché ho sempre avuto relazioni con uomini più forti di me; è normale, appena mi vedi hai la certezza che potrai sopraffarmi su ogni piano: fisico, psicologico, emotivo. Io resto sotto, sempre, in ogni situazione.
Speravo che gli annunci nascondessero persone più fragili di me, che avevano avuto le mie stesse esperienze e che mi avrebbero amato – ci saremmo amati dolcemente, senza sopprusi, violenze o costrizioni.
Dopo 3 mesi di conversazioni online, io e Daniel abbiamo deciso di incontrarci.

[…]

No, non c’eravamo mai visti, nessuno dei due l’aveva mai chiesto all’altro e comunque non era quella la cose importante per me: lui, da subito, si era dimostrato più un cucciolo smarrito che un uomo di 32 anni, l’avevo preso per mano e-

[…]

Si, virtualmente, ovvio. Riuscivo ad immaginarmelo sempre a parlare a testa bassa, con le spalle un po’ ricurve, inanellando uno “scusa” dietro l’altro. E poi non commetteva mai errori ortografici o grammaticali. Credimi, sul web è praticamente una rarità.
In ogni virgola ben piazzata ci leggevi un’esitazione, in ogni punto una sofferenza, traumi dietro ogni vocabolo accuratamente scelto. Sì, sono sempre stata particolarmente fissata con la grammatica, ma sono sicura che l’avevi già capito.
L’avrei amato, protetto, mi sarei sentita forte per la prima volta in vita mia, come se entrambe le nostre vite dipendessero solo da me. Nemmeno io ero mai dipesa solo da me, figuriamoci qualcun altro.
Non appena sono entrata in quel bar l’ho visto: era proprio come l’avevo sempre immaginato, testa bassa, spalle ricurve, sguardo implorante. C’era tutto. E il bar, dio il bar: non saprei neanche come descriverlo. Inumano, direi. Ma non perché fosse sporco, eh. No. Solo che non sembrava fatto per accogliere esseri umani, tutto era impersonale, grigio, vuoto. Perfetto.
Mi sono seduta e senza che dicessi nulla ha iniziato a parlare: il disagio di non accettarsi, la paranoia di non essere mai all’altezza, le umiliazioni sul posto di lavoro, la salute cagionevole, le iniezioni d’insulina contro il diabete da fare ogni 3 ore, la famiglia oppressiva e via via fino alla sociopatia, ai ricoveri e al disagio, per poi ricominciare in un flusso di coscienza che cercava sono un paio di orecchie ed un cuore in grado di comprenderlo per poterlo fermare.
Parla ininterrottamente per 40 minuti, si scusa di essere stato prolisso e io non so come dirgli che vorrei solo ascoltare tutto quello che ha ancora da dire, aiutarlo, ora ci sono io, penserò io ad entrambi. Dopo una vita passata a fare quella bisognosa so come si fa.

Mi dice che vuole andare via, io sono praticamente già innamorata, un bravo psicologo magari ti dirà che in realtà sto amando me, probabilmente. Chiedi, non preoccuparti, ce ne sono diversi qui in giro.
Ero al settimo cielo, sarei andata ovunque con lui, avrei fatto qualunque cosa. Se fosse stato possibile avrei preso e trascritto ogni singola emozione che stavo provando, era tutto meraviglioso. Due animali morenti che, insieme, avrebbero sfatato il darwinismo. Poesia. Poesia pura.
Mi dice che con me non ha paura, che è felice di avermi incontrata.
Gli dico che staremo benissimo, lo sento, e mi risponde che sa che andrà meglio.
Saliamo in auto, mi chiede se lo aiuto con le iniezioni. Non potrei mai tirarmi indietro: è la prima vera occasione di fare qualcosa per qualcuno. Sono agitata, non ci credo, lui mi dice che è già pronta, devo solo schiacciare lo stantuffo.
Sta per esplodermi il cuore, credo, è meraviglioso, ora so come si sentono le infermiere. Forse avevo perfino le lacrime, non so, non riesco a ricordarlo.
So che non appena premo lo stantuffo sento che qualcosa non va: sembrava quasi che la siringa fosse vuota.

C’ho messo 37 minuti a capire che l’avevo ucciso. E no, non l’ho capito dal fatto che avevo un cadavere accanto a me in auto. L’ho capito quando ho visto entrare nel bar il vero Daniel. Mi ero scordata del tatuaggio, ma non appena ho visto la murena tatuata sul braccio di quel tizio, ho capito che quello accanto a me non era Daniel.

[...]

Tutta la storia del sito anonimo per suicidi l’ho saputa dal giornale, il giorno dopo che mi hanno arrestata. Mi hanno creduto quando ho detto che io ero iscritta a tutt’altro tipo di sito, ma dicono che non cambia il fatto che ho ucciso una persona.
Hanno detto che forse era anche meglio così, ‘che dal profilo psicologico era emerso nonhocapitocosa. Io so che se le prof di lettere facessero meglio il loro lavoro, io ora non sarei qui.
Perché no, non dovrei essere qui. Non io.

[…]

Sì, è vero che ho detto che è stata la più bella sensazione della mia vita, e te lo confermo. Ma che c’entra?

La biblioteca

Emily è la ragazza col cerchiello nero e le cuffie della Wesc che sta scrivendo al mac, nell’ultima scrivania della biblioteca. La raggiunge una sua amica, parlando di qualcosa, ma il bibliotecario impone il silenzio.
Io sono a tre scrivanie di distanza da loro.
26 piastrelle, se cambio il tasso di conversione.

Emily non esiste, l’ho inventata io. È stato il mio terapista a chiedermi di crearla, potrebbe aiutarmi a ritrovare la voglia di scrivere il romanzo che devo consegnare entro 2 settimane.
Secondo lui potrebbe anche farmi passare i mal di testa.

Non è vero, Emily esiste, è il terapista a non esistere.
Mi piace questa cosa che una persona mi dica di costruirmi un’altra persona. Forse sto recuperando la mia creatività. Comunque il terapista lo immagino uguale a Robert Downey Junior, quando faceva lo strizzacervelli in Ally McBeal.
No, evidentemente non sto recuperando la mia creatività per un cazzo.
Terapista-Robert mi fa stendere sul lettino e piango e lui mi dice che tutto si aggiusta e che ogni cosa è passeggera, che è fiero di me, ho fatto un sacco di progressi in questi anni.
Una volta gli ho detto che ho scelto di fare lo scrittore perché ero stanco di chi ero e di com’era il mondo, però non sapevo da che parte iniziare a cambiarlo.
Lui prima ha provato a sorridere e poi mi ha spiegato che sono tutte stronzate: le cose per lo più le facciamo a caso, le facciamo quando siamo impegnati a pensare ad altro, voltati verso quello che crediamo sia in quel momento il punto cruciale delle nostre vite.
Dice che le cose migliori le facciamo quando siamo distratti e impegnati su altro e che i peggio disastri dell’umanità li han fatti persone che si son messe lì e hanno iniziato a pensare seriamente a cosa volevano fare da grandi. Dice che i genocidi partono tutti da gente così.

Certi giorni, quando sono steso sul lettino, parlo solo di Emily. Una volta ho usato trentasette aggettivi per descrivere i suoi capelli e la cosa buffa è che Emily non conosce nemmeno il mio nome. La nostra relazione è impari. Il terapista dice che tra me e Emily non c’è alcuna relazione e che devo smettere di inventarmi le cose. Allora io gli dico che inventarmi le cose è il mio lavoro e che deve ringraziarmi perché lui esiste solo perché io me lo sono inventato. Stupido coglione.

Non è vero, il terapista esiste. Si chiama Andrea e quando mi siedo fa partire un cronometro che scala cinquanta minuti. Mi ha detto che non sono il primo a sostenere che lui non esiste. Lui come psicologo, intende. Se rimuovi il dottore è perché stai cercando di rimuovere la malattia. Andrea dice che se uno davvero si concentra può far sparire tutto. No, con le malattie è un po’ più complicato, dice.

Io non voglio che Emily sparisca, dopotutto che faccio di male? Non sono innamorato di lei, non le ho mai parlato, la guardo e basta.

Alla fine di questi cinquanta minuti, sparirai, mi dice Andrea.

Io non esisto; Andrea mi spiega che sono una sua invenzione. Lui non è uno psicologo, ma il paziente di uno psicologo e io la sua visione. Mi racconta con voce calma, che mi ha visto la prima volta al funerale di suo padre. Aveva quattordici anni. Di quel giorno ricorda solo due cose, la gonna lunga nera con ricamo bianco sull'orlo di sua madre e questo tipo strano che gli parlò, dicendogli di essere uno scrittore.
C’erano tutti i parenti, eravamo al cimitero, io mi avvicinai e gli dissi che ero un amico di suo padre. Era impossibile che suo padre non gli avesse parlato di me, e pensò che in fondo di lui non conosceva nulla. Parlammo di alcuni regali che il padre gli aveva fatto due anni prima.
“Mi raccontasti della pista polistyl” “Mi ricordo”.
Il giorno seguente al funerale chiese all’intera famiglia, ma nessuno mi conosceva, e soprattutto, nessuno mi aveva visto. Un medico gli diede delle pillole e lui non mi vide più. Due mesi fa la moglie l’ha lasciato, ha confessato di avere una relazione da oltre un anno. Durante un litigio furibondo l’ha accusato di vivere troppo sulle nuvole, e io, dopo diciannove anni sono ritornato da lui. Dice che sono vestito uguale. L’ho aspettato fuori l’ascensore di casa sua, gli ho offerto un sigaro e poi ha cominciato a incontrarmi in biblioteca.

Proprio non capisco perché voglia farmi sparire.

Dora

La casa di Dora sa di caffè.
A me non è permesso bere caffè, il Maestro dice che nove anni sono pochi per diventare dipendenti da qualcosa, bisogna essere più grandi e scegliersi le cose che ti incateneranno a loro, come con l’amore.
Io lo chiamo il Maestro anche se lui mi ha adottato e quindi è il mio papà. Dora lo chiama il Maestro e a me piace Dora, secondo me ha ragione lei.
Mi piace anche Lillo, il cane di Dora. Sa di caffè anche lui anche se non gliel’ho mai visto bere. Non so quanti anni abbia, non so se è grande abbastanza e se si è già innamorato.

+++

Oggi Lillo è corso da me con in bocca uno dei legnetti che Dora usa per raccogliersi i capelli. Non so proprio come faccia a farli stare su così, credo sia una maga o una strega, ma è troppo bella per essere una strega e poi le streghe hanno i gatti.
Nella foto che il Maestro tiene nascosta nel cassetto della cucina, lei ha gli occhi buoni e sta dando da mangiare a Lillo.
Quando la guarda, il Maestro fa una faccia strana e beve sempre il caffè, però quando va da lei fa un’altra faccia, come se fosse una vicina di casa normale, come la signora Ciani.

+++

Sono andato a fare i compiti fuori, vicino a Lillo, mentre il Maestro parlava a Dora.
Volevo vedere se è vero che i cani mangiano i compiti dei bambini, ma poi ho pensato che li dovevo rifare e che forse mi sarei arrabbiato con Lillo.
Mentre tornavo a casa ho sentito il Maestro che diceva: "Dovrai avere il controllo su ogni cosa"
"Le cose sfuggono" ha detto Dora.
"Potrai controllare ogni cosa se accetti di non controllare nulla, fai del caos il tuo unico ordine".
Dora si è alzata e ha preparato il caffè. Io spero che Lillo non fugga mai, ma secondo me non lo fa.

+++

Ho chiesto al Maestro come mai vive in questo paesino e se non fosse meglio trasferirsi in città, magari le persone che hanno bisogno di lui sarebbero contente di non farsi tutta quella strada solo per parlargli. I miei amici stanno tutti in città e i loro papà e le loro mamme fanno fatica a raggiungere casa mia e del Maestro, anche se quando vanno via sono tutti felici e lo ringraziano moltissimo.
Mi ha detto una cosa che non ho capito, ma forse sono io che non stavo ascoltando: ho troppi compiti e non vedo Lillo da tanto.
I grandi capiscono sempre quello che dice il Maestro.

+++

Prima sono andato da Lillo, perché mi mancava.
Sono entrato a salutare Dora e l’ho trovata impiccata al lampadario. Era bella anche se era troppo bianca. Era truccata come nella foto del Maestro, però ora una scarpa era sul piede e l’altra sul pavimento.
Ho accarezzato Lillo e ho visto che sul tavolo c’era un biglietto.
"C'è troppo ordine nel mio caos", c'era scritto sul biglietto.
Solo questo.
La tendina azzurra si muoveva con la brezza, una tazzina col fondo sporco di caffè ormai secco teneva fermo il piccolo foglio di carta, sulla tazzina si vedeva il segno del rossetto.
Ho preso il foglio e l’ho messo vicino a Lillo, ma non è vero che i cani mangiano i fogli scritti.
Ho provato a portarlo fuori a giocare ma non voleva muoversi.

+++

Tutti hanno saputo di Dora, ma il Maestro ha consolato tutti quelli che andavano da lui.
Lillo è morto 5 giorni dopo Dora, ma nessuno ha consolato me.
Il Maestro non lo sa ma ieri notte ho scambiato le bacche che mangia sempre e che dà ai visitatori con quelle di Belladonna. So che sono velenose, ho sentito che lo diceva alla mamma di un mio amico.
Per non prenderle anch’io, stamattina ho detto che avevo mal di pancia.
Volevo scambiare uno degli infusi con lo stramonio, ma il Maestro mi ha detto che è l’erba delle streghe e Dora non era una strega.
Era bellissima e Lillo era il mio migliore amico.
Credo che oggi mi farò chiamare Maestro, ma ancora non so se posso bere il caffè.

L'una di notte

Tecnicamente Giulia non mi ha mai lasciato: ha smesso di fare l’amore esclusivamente con me, poi ha smesso di farlo con me e poi ha smesso di rispondere alle mie chiamate.
Adesso si vede con quel tizio, non quello con cui aveva iniziato a scopare quando stavamo insieme, un altro. Quello di prima non mi ricordo bene perché ha smesso di vederlo. Neanche mi ricordo come si chiama, a dir il vero.

Il tipo di adesso mi somiglia un sacco e non solo fisicamente: abbiamo anche la stessa auto e la stessa giacca a vento col colletto alto che ci sfiora gli stessi ricci neri.
Lui ha la mia fidanzata, è vero, ma io ho il suo turno a squash e casa sua. Più o meno.
Rubargli il turno a squash è stato facile: quella che gestisce le prenotazioni dei campi te la compri con un menù maxi del Mc Donald ed evitando di fare battute sul suo peso.
Per l’appartamento è stato più complicato: ho chiamato a casa di Giulia e mentre sua madre mi diceva che lei non c’era, la sentivo parlare con una sua amica del fantastico appartamento che avevano visto.
Poi niente, la telefonata dev’essere un attimo degenerata perché quando sono ritornato a concentrarmi sulla voce della madre di Giulia, invece che sui rumori di fondo, lei mi stava insultando.
Comunque ho seguito il tizio che vede adesso, quello con la macchina e la giacca uguali alle mie, ho scoperto a quale appartamento erano interessati e ho fatto un’offerta più alta della loro.
Ho anche scoperto che tizio, in realtà, è sposato e ha una bimba piccola.
Alla fine nell’appartamento non c’ho mai abitato, ci sono stato solo per fare l’offerta al compratore, ma se ci abitassi con Giulia saprei dove mettere tutto e che colore avrebbe ogni cosa.
Ho provato a chiamare Giulia per dirle che non sta bene che si faccia uno che è sposato e ha dei figli, ma sia la madre che il padre mi hanno detto – testuale – “che sono un cazzo di squilibrato” e di non richiamare.
Se i genitori parlano così per forza che poi i figli vanno con quelli sposati.
Volevo richiamare, tanto figurati se mi denunciano davvero e per cosa poi? io sto dicendo la verità, ma mi ricordo casa di Giulia, hanno quell’aggeggio per bloccare le chiamate da alcuni numeri.
Mi tocca andare nell’appartamento nuovo e usare il telefono che c’è lì.
Mi aspettano 30 kilometri di strade deserte da fare all’una di notte.

Non ne faccio più di due: ho dimenticato le chiavi.
Torno indietro e quando svolto la curva vedo me.
Vedo la mia stessa macchina, parcheggiata nel punto in cui la metto sempre io.
Per un attimo lo penso.
“Sono io, quello”.
Ma dura un secondo, poi capisco che non è possibile, essere due volte, contemporaneamente.
E’ solo una coincidenza, lo so, praticamente tutti hanno una Punto nera, ma mi viene l’istinto di avvicinarmi, farmi abbassare il finestrino, e darmi un consiglio.
Un consiglio che non ascolterò, che non serve a niente, perché non è possibile avere una seconda occasione.
E se anche capitasse, stai certo di una cosa: sbaglierai due volte.

Comunque dopo chiamo la polizia: ‘sto posto auto è mio. Almeno questo.

Il giorno dopo mi sveglia il campanello. Polizia.
Oh, grazie, c’è uno che ha parcheggiato nel mio posto; con quello che pago ogni anno. Fate qualcosa
Dicono che mi possono aiutare
Dicono che hanno trovato il fidanzato di Giulia morto nello stesso parcheggio dove avevano trovato Alessio.
Ah, ecco come si chiava quello con cui mi tradiva. Alessio.
Sì, certo che vi seguo.