sabato

La biblioteca

Emily è la ragazza col cerchiello nero e le cuffie della Wesc che sta scrivendo al mac, nell’ultima scrivania della biblioteca. La raggiunge una sua amica, parlando di qualcosa, ma il bibliotecario impone il silenzio.
Io sono a tre scrivanie di distanza da loro.
26 piastrelle, se cambio il tasso di conversione.

Emily non esiste, l’ho inventata io. È stato il mio terapista a chiedermi di crearla, potrebbe aiutarmi a ritrovare la voglia di scrivere il romanzo che devo consegnare entro 2 settimane.
Secondo lui potrebbe anche farmi passare i mal di testa.

Non è vero, Emily esiste, è il terapista a non esistere.
Mi piace questa cosa che una persona mi dica di costruirmi un’altra persona. Forse sto recuperando la mia creatività. Comunque il terapista lo immagino uguale a Robert Downey Junior, quando faceva lo strizzacervelli in Ally McBeal.
No, evidentemente non sto recuperando la mia creatività per un cazzo.
Terapista-Robert mi fa stendere sul lettino e piango e lui mi dice che tutto si aggiusta e che ogni cosa è passeggera, che è fiero di me, ho fatto un sacco di progressi in questi anni.
Una volta gli ho detto che ho scelto di fare lo scrittore perché ero stanco di chi ero e di com’era il mondo, però non sapevo da che parte iniziare a cambiarlo.
Lui prima ha provato a sorridere e poi mi ha spiegato che sono tutte stronzate: le cose per lo più le facciamo a caso, le facciamo quando siamo impegnati a pensare ad altro, voltati verso quello che crediamo sia in quel momento il punto cruciale delle nostre vite.
Dice che le cose migliori le facciamo quando siamo distratti e impegnati su altro e che i peggio disastri dell’umanità li han fatti persone che si son messe lì e hanno iniziato a pensare seriamente a cosa volevano fare da grandi. Dice che i genocidi partono tutti da gente così.

Certi giorni, quando sono steso sul lettino, parlo solo di Emily. Una volta ho usato trentasette aggettivi per descrivere i suoi capelli e la cosa buffa è che Emily non conosce nemmeno il mio nome. La nostra relazione è impari. Il terapista dice che tra me e Emily non c’è alcuna relazione e che devo smettere di inventarmi le cose. Allora io gli dico che inventarmi le cose è il mio lavoro e che deve ringraziarmi perché lui esiste solo perché io me lo sono inventato. Stupido coglione.

Non è vero, il terapista esiste. Si chiama Andrea e quando mi siedo fa partire un cronometro che scala cinquanta minuti. Mi ha detto che non sono il primo a sostenere che lui non esiste. Lui come psicologo, intende. Se rimuovi il dottore è perché stai cercando di rimuovere la malattia. Andrea dice che se uno davvero si concentra può far sparire tutto. No, con le malattie è un po’ più complicato, dice.

Io non voglio che Emily sparisca, dopotutto che faccio di male? Non sono innamorato di lei, non le ho mai parlato, la guardo e basta.

Alla fine di questi cinquanta minuti, sparirai, mi dice Andrea.

Io non esisto; Andrea mi spiega che sono una sua invenzione. Lui non è uno psicologo, ma il paziente di uno psicologo e io la sua visione. Mi racconta con voce calma, che mi ha visto la prima volta al funerale di suo padre. Aveva quattordici anni. Di quel giorno ricorda solo due cose, la gonna lunga nera con ricamo bianco sull'orlo di sua madre e questo tipo strano che gli parlò, dicendogli di essere uno scrittore.
C’erano tutti i parenti, eravamo al cimitero, io mi avvicinai e gli dissi che ero un amico di suo padre. Era impossibile che suo padre non gli avesse parlato di me, e pensò che in fondo di lui non conosceva nulla. Parlammo di alcuni regali che il padre gli aveva fatto due anni prima.
“Mi raccontasti della pista polistyl” “Mi ricordo”.
Il giorno seguente al funerale chiese all’intera famiglia, ma nessuno mi conosceva, e soprattutto, nessuno mi aveva visto. Un medico gli diede delle pillole e lui non mi vide più. Due mesi fa la moglie l’ha lasciato, ha confessato di avere una relazione da oltre un anno. Durante un litigio furibondo l’ha accusato di vivere troppo sulle nuvole, e io, dopo diciannove anni sono ritornato da lui. Dice che sono vestito uguale. L’ho aspettato fuori l’ascensore di casa sua, gli ho offerto un sigaro e poi ha cominciato a incontrarmi in biblioteca.

Proprio non capisco perché voglia farmi sparire.

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