sabato

L'importanza della lingua

Che alla fine, se ci pensi bene – se io ci penso bene, intendo – il tutto è iniziato perché le persone non sono particolarmente attente a quello che viene insegnato loro alle elementari.
Tipo che in una frase il soggetto va sempre espresso, e che se non lo esprimi dovresti accertarti che l’altro sappia di cosa parli.
Io avevo scelto gli annunci on-line perché ho sempre avuto relazioni con uomini più forti di me; è normale, appena mi vedi hai la certezza che potrai sopraffarmi su ogni piano: fisico, psicologico, emotivo. Io resto sotto, sempre, in ogni situazione.
Speravo che gli annunci nascondessero persone più fragili di me, che avevano avuto le mie stesse esperienze e che mi avrebbero amato – ci saremmo amati dolcemente, senza sopprusi, violenze o costrizioni.
Dopo 3 mesi di conversazioni online, io e Daniel abbiamo deciso di incontrarci.

[…]

No, non c’eravamo mai visti, nessuno dei due l’aveva mai chiesto all’altro e comunque non era quella la cose importante per me: lui, da subito, si era dimostrato più un cucciolo smarrito che un uomo di 32 anni, l’avevo preso per mano e-

[…]

Si, virtualmente, ovvio. Riuscivo ad immaginarmelo sempre a parlare a testa bassa, con le spalle un po’ ricurve, inanellando uno “scusa” dietro l’altro. E poi non commetteva mai errori ortografici o grammaticali. Credimi, sul web è praticamente una rarità.
In ogni virgola ben piazzata ci leggevi un’esitazione, in ogni punto una sofferenza, traumi dietro ogni vocabolo accuratamente scelto. Sì, sono sempre stata particolarmente fissata con la grammatica, ma sono sicura che l’avevi già capito.
L’avrei amato, protetto, mi sarei sentita forte per la prima volta in vita mia, come se entrambe le nostre vite dipendessero solo da me. Nemmeno io ero mai dipesa solo da me, figuriamoci qualcun altro.
Non appena sono entrata in quel bar l’ho visto: era proprio come l’avevo sempre immaginato, testa bassa, spalle ricurve, sguardo implorante. C’era tutto. E il bar, dio il bar: non saprei neanche come descriverlo. Inumano, direi. Ma non perché fosse sporco, eh. No. Solo che non sembrava fatto per accogliere esseri umani, tutto era impersonale, grigio, vuoto. Perfetto.
Mi sono seduta e senza che dicessi nulla ha iniziato a parlare: il disagio di non accettarsi, la paranoia di non essere mai all’altezza, le umiliazioni sul posto di lavoro, la salute cagionevole, le iniezioni d’insulina contro il diabete da fare ogni 3 ore, la famiglia oppressiva e via via fino alla sociopatia, ai ricoveri e al disagio, per poi ricominciare in un flusso di coscienza che cercava sono un paio di orecchie ed un cuore in grado di comprenderlo per poterlo fermare.
Parla ininterrottamente per 40 minuti, si scusa di essere stato prolisso e io non so come dirgli che vorrei solo ascoltare tutto quello che ha ancora da dire, aiutarlo, ora ci sono io, penserò io ad entrambi. Dopo una vita passata a fare quella bisognosa so come si fa.

Mi dice che vuole andare via, io sono praticamente già innamorata, un bravo psicologo magari ti dirà che in realtà sto amando me, probabilmente. Chiedi, non preoccuparti, ce ne sono diversi qui in giro.
Ero al settimo cielo, sarei andata ovunque con lui, avrei fatto qualunque cosa. Se fosse stato possibile avrei preso e trascritto ogni singola emozione che stavo provando, era tutto meraviglioso. Due animali morenti che, insieme, avrebbero sfatato il darwinismo. Poesia. Poesia pura.
Mi dice che con me non ha paura, che è felice di avermi incontrata.
Gli dico che staremo benissimo, lo sento, e mi risponde che sa che andrà meglio.
Saliamo in auto, mi chiede se lo aiuto con le iniezioni. Non potrei mai tirarmi indietro: è la prima vera occasione di fare qualcosa per qualcuno. Sono agitata, non ci credo, lui mi dice che è già pronta, devo solo schiacciare lo stantuffo.
Sta per esplodermi il cuore, credo, è meraviglioso, ora so come si sentono le infermiere. Forse avevo perfino le lacrime, non so, non riesco a ricordarlo.
So che non appena premo lo stantuffo sento che qualcosa non va: sembrava quasi che la siringa fosse vuota.

C’ho messo 37 minuti a capire che l’avevo ucciso. E no, non l’ho capito dal fatto che avevo un cadavere accanto a me in auto. L’ho capito quando ho visto entrare nel bar il vero Daniel. Mi ero scordata del tatuaggio, ma non appena ho visto la murena tatuata sul braccio di quel tizio, ho capito che quello accanto a me non era Daniel.

[...]

Tutta la storia del sito anonimo per suicidi l’ho saputa dal giornale, il giorno dopo che mi hanno arrestata. Mi hanno creduto quando ho detto che io ero iscritta a tutt’altro tipo di sito, ma dicono che non cambia il fatto che ho ucciso una persona.
Hanno detto che forse era anche meglio così, ‘che dal profilo psicologico era emerso nonhocapitocosa. Io so che se le prof di lettere facessero meglio il loro lavoro, io ora non sarei qui.
Perché no, non dovrei essere qui. Non io.

[…]

Sì, è vero che ho detto che è stata la più bella sensazione della mia vita, e te lo confermo. Ma che c’entra?

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